ESSERE NEL MONDO

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Pubblichiamo uno splendido articolo di Joseph Riggio, che seppellisce l’idea di “lavorare per obiettivi” per un concetto completamente nuovo…

Buona lettura,

Petar

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ESSERE NEL MONDO

Modificando il vostro atteggiamento dal “Definire gli obiettivi” al mantenere un particolare modo di orientarvi nella realtà… ciò che semplicemente chiamo “ESSERE NEL MONDO”… apre la possibilità che ciò che desiderate, e che nel profondo vi aspettate, si realizzi come conseguenza della prontezza a rispondere non appena l’informazione in tempo reale vi raggiunge.

Ciao, e benvenuti…

So che alcune delle persone che frequentano i miei corsi hanno l’abitudine di definire i propri obiettivi, specialmente all’inizio dell’anno. Naturalmente, se voi fate parte di un gruppo di miglioramento personale, sviluppo personale, potreste aver ricevuto alcune email che vi dicono che la cosa più importante che possiate fare, specie ad inizio anno, è di decidere gli obiettivi e scriverli su un pezzo di carta.

Molti di coloro che vi suggeriscono di scrivere gli obiettivi, basano le proprie opinioni su una cattiva ricerca, ed un sapere obsoleto. Specificamente – sull’idea che scrivere gli obiettivi abbia un impatto diretto ed immediato sul realizzarli perché credono che coloro che li scrivono ottengano migliori risultati storici di quelli che non lo fanno. Personalmente, non conosco nessuna ricerca definitiva che lo abbia confermato, né alcun serio scienziato sociale.

Corso Mythoself-2 al Lago d'Iseo, Agosto 2008

Quindi, cosa suggerisco invece? Beh, a dire il vero, non è che m’interessi poi molto se vi scrivete gli obiettivi o no; mi interessa invece la posizione in cui vi trovate prima di definire un qualunque obiettivo. Trovo che molti inizino a pensare agli obiettivi come ad un modo per riempire il vuoto di ciò che sentono mancare alle proprie vite. In altre parole, iniziano da ciò che vorrebbero che ci fosse nelle loro vite, ed ancora non hanno. Ebbene, in larghissima misura le prove di cui dispongo suggeriscono che la posizione da cui si parte determina il luogo ove si arriva… una specie di circolo vizioso (o virtuoso) che genera se stesso.

Ciò non ha niente a che fare con l’ “attrazione” nei modi che questa idea è stata resa popolare di recente [con “The Secret”, petar]. L’idea che sto proponendo si basa sulla premessa che solo iniziando da uno stato positivamente organizzato si realizzeranno il tipo di risultati intrinseci nello stato, che emergono da esso. In altre parole, ci sono due possibili orientamenti:

 Uno STATO INIBITORIO organizzato in relazione alle limitazioni, ad esempio: ciò che non ho, ciò che non ho realizzato, ciò che non voglio…

 Uno STATO DI POSSIBILITA’ organizzato in relazione alle possibilità, ad esempio: ciò che ho, ciò che ho realizzato, ciò che voglio…

Joseph Riggio, Michaela Riggio, Claudio Campironi - August 2008

Ciò che si inizia a considerare dallo STATO INIBITORIO sarà come evitare il fallimento o come evitare ciò che non si vuole… persino se ciò significa qualcosa come il non voler diventare poveri, o soli. Indipendentemente da ciò che emerge nello STATO INIBITORIO porterà i germi della limitazione in esso. Così, persino se riuscite ad evitare la limitazione, resterete comunque focalizzati sulla limitazione e sull’astensione.

Ciò che considerate da uno STATO DI POSSIBILITA’ sarà come ottenere successo o come ottenere ciò che volete… compreso il voler mantenere l’esperienza di stare già operando con successo. Essenzialmente, lo STATO DI POSSIBILITA’ opera in un modo che ha voi stessi come riferimento, e che vi auto-organizza in modo da creare… e ricreare… se stesso, cioè si ha una ricorrenza sistemica”.

Uno STATO DI POSSIBILITA’ stabilisce una “ricorrenza sistemica” ove il sistema tende ad auto-organizzarsi e ad auto-referenziarsi, portando l’attenzione all’esterno, verso il mondo… in quello che potrebbe essere chiamato “STATO DI PRONTEZZA.” Di conseguenza, operare da una posizione orientata al mondo esterno, permette di agire nel mondo e sul mondo in relazione al manifestarsi della realtà esterna che desiderate – sia per voi stessi che per gli altri.

Joseph and Michaela's magnetic noses??? :-D

Invece di organizzarvi attorno agli obiettivi, vi sto suggerendo l’idea di organizzarvi per stabilire e sostenere un costante stato di prontezza… una posizione da cui potete agire istantaneamente, non appena si manifesta in tempo reale l’informazione nell’ambiente esterno. Questa posizione … lo STATO DI PRONTEZZA… vi organizza con precisione in relazione alle specifiche realtà esterne che desiderate.

Da uno STATO DI PRONTEZZA, si potrebbe dire, non c’è alcun bisogno di definire obiettivi, figuriamoci organizzarsi in base ad essi – sebbene sia possibile.

L’orientamento allo STATO DI PRONTEZZA diventa sufficiente in se stesso per definire una direzione.

Operare dallo STATO DI PRONTEZZA vi pone nella posizione ottimale per trarre successo (comunque lo definiate) che, allo stesso tempo, è di particolare “potenza”. Non assumete stati di “pilota automatico” né prendete a riferimento obiettivi che non tengono conto delle informazioni in tempo reale che il mondo vi mette continuamente a disposizione, cambiando alla velocità della luce.

Quando scegliete innanzitutto “come” volete stare al mondo … per il vostro ESSERE … poi, tutti gli altri pezzi vanno al posto che è in diretta relazione a quel modo d’essere.

Autore dell’originale: Joseph Riggio, Ph.D., Architect and Designer of the Mythoself(r), www.mythoself.com

Titolo dell’originale: Being in the World

Link dell’originale: http://www.josephriggio.com/index.php/_share/comments/being_in_the_world/

Short URL: http://www.grandipassioni.com/?p=276

Posted by Petar on Mar 8 2009. Filed under Formazione, Mythoself. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

6 Comments for “ESSERE NEL MONDO”

  1. giuseppe longo

    ciao a tutti ;)
    mi ha colpito subito la frase scritta da te petar, “lavorare per obiettivi” perchè è già da tempo che suggerisco una variante, il “lavorare per Risultati”.
    quando si “lavora per obiettivi” solitamente si definisce prima anche il cosidetto “action plan” o la strategia da seguire rigidamente per realizzare appunto i nostri obiettivi.
    vivendo in un mondo in continua evoluzione e cambiamento, questa rigidità ed il focus continuo su una strategia che non tiene conto di questi cambiamenti, diventa un grosso vincolo, con il rischio di non raggiungere gli obiettivi che ci eravamo pre-fissati.
    invece quando si “lavora per Risultati”, si aggiorna costantemente la nostra strategia in base ai Nuovi dati che ci derivano appunto dal Risultato che otteniamo da una singola azione intrapresa.
    questa flessibilità derivata da un’apertura al mondo esterno, secondo me, ci dà il maggior numero di possibilità (per non dire la certezza ;) ) di raggiungere e superare gli obiettivi in linea con il nostro modo di essere.
    bene, so che il post di Joseph Riggio si riferisce ad un’altro argomento che commenterò nei prosimi post di petar, intanto voglio dire solo che “being in the world” mi piace di più tradotto con “Essere al mondo” anche se è quasi uguale…
    la sottile differenza sta nel fatto che “stare” si riferisce di solito a rimanere o abitare (dove?) il focus è all’esterno mentre Essere (chi?) il focus sta all’interno di noi…
    intanto ti ringrazio petar per lo splendido lavoro che fai per tutti noi ;)

  2. ed io ringrazio te, per il commento… tra l’altro, cambio subito da “Stare” ad “Essere”!

  3. Row

    Splendido articolo, le uniche due cose che non ho capito sono:
    1 Che differenza c’è tra excitatory bias, ready state e gds?
    2 Nel Mythoself uno dei punti focali è l’agire sempre con una intenzione.
    Come questa posizione si concilia con quella espressa nell’articolo?
    A cosa si riferisce di preciso quando parla di intento?

  4. Raffaele

    Grazie, Petar per aver tradotto questo pezzo di magistrale pensiero che, contrariamente alle finzioni posticce ed ideologiche di molto self-help, è strutturato nella realtà ontologica che Joe ha il coraggio di introdurre senza troppi problemi, anzi con una certa determinazione tipica proprio del guerriero che spariglia le carte. L’intervista è magistrale a questo riguardo.
    Su questo articolo, vorrei contribuire, insieme agli amici del Mythoself, con due argomenti. Primo: tutto il grande e vero pensiero umano, che ha a cuore il destino dell’uomo nel qui e ora, parte da un’intuizione che Joe pone – l’essere nel mondo: vs Heidegger…grazie a Dio! – e che anche un filosofo italiano Giulio Preti declinò, negli anni cinquanta del secolo scorso, in un saggio che si intitola “Praxis ed empirismo”: l’ “orientamento attivo verso il mondo”. Categoria che – già prima di conoscere Joe e il Mythoself, purtroppo, a differenza vostra, amici, soltanto per via internet e grazie al suo blog, al suo libro fantastico ed a Campbell, scoperto un pò prima, ma buttato là, prima di riprenderlo con the Hero’s Journey – mi aveva colpito e che trovo sviluppata in senso sistemico con Joe. C’è dunque un filone di ricerca sull’ontologia e sulla libertà molto importante e che in questa sede emerge. Mi domando, a questo punto, quale sia la differenza specifica sul “transpersonale” rispetto ad Assagioli, ad esempio, o a Grof. Forse, Petar, potresti spiegarmi meglio questa categoria del “transpersonale” e della “resilienza”, che io ho incontrato ma che tu hai visto all’opera praticamente, a differenza, mia con Joe, il che non è poco.
    Secondo. Mi permetto di sviluppare qualche considerazione in merito all’inibizione d al generativo nell’ambito della politica, che Joe definisce un osservatorio privilegiato sul calderone sociale e sul caos, in definitiva, della nostra società, caos da non vivere passivamente ma da attivare come generatività. Mi pare che la politica come Beruf , vocazione, renda sovrano chi decide sullo/nello stato di eccezione, cioè sullo/nello stato attuale della crisi contemporanea. Questa necessità ha molto a che fare con la fisica quantistica, che rappresenta buona parte del nostro modo postmoderno di vedere le cose. Il caos da abitare, appunto. La fisica quantistica ha rivoluzionato il linguaggio e la narrazione della realtà fisica e dei sistemi complessi in genere. Un concetto, in particolare, ha scardinato le idee di spazio e di tempo proprie della fisica newtoniana: l’entanglement. Intraducibile parola che indica l’intreccio, la relazione tra due sistemi non separabili che compongono un sistema. Due sistemi che non sono localizzabili spazialmente e dunque sono distanti l’uno dall’altro. Ma l’intreccio tra i sistemi, pur a distanza, esiste realmente. La società postmoderna – in cui la tecnologia, soggettività dominante prima ancora che mero strumento – è simile a questo intreccio sistemico ed asseconda la possibilità di altri ritmi, scarti secchi, istantanee illuminanti, perfino salti quantici, cioè trasformazioni impreviste ed imprevedibili non scaturenti dalla sommatoria degli elementi in gioco. E in gioco qui ci sono molti elementi, stratificati e complessi, incardinati nella carne delle comunità. Questa posizione metodologica è già di per se stessa politica, perché supera l’unica visione che ammazza senza se e senza ma qualsiasi dimensione progettuale e politica: la posizione inibitoria. La posizione di chi ragiona così: per essere realmente concreta, la politica deve avere questi connotati; per avere voti, dobbiamo dire queste cose e non queste altre, perché queste sono “di destra” e queste altre sono “di sinistra”; cioè, se p, allora q: la “ruina” dello Stato di cui ragionava Machiavelli. La vera posizione politica, che libera le energie vitali e, come la fisica quantistica, afferma che l’osservatore modifichi, attraverso la sua azione, la realtà osservata, non può essere incardinata in questo ‘900 senile e perturbato da sogni metafisici ed astratti. Vedo in Joe un superamento plastico e pratico di questa visione ideologica e contro lo sviluppo delle risorse dell’uomo, delle sue possibilità. La logica generativa della sovranità sull’/nello stato di eccezione tiene insieme, oggi, Ernst Jünger e Seth Godin, ovvero i due modi di concepire la soggettività plastica postmoderna. Il primo, genio del ‘900, tematizza la sovversione come metodologia de costruttiva e creativa; il secondo, creativo postmoderno, scrive un libercolo acuto sulla tribù e sostiene che il mondo abbia bisogno di “un leader come te”. Contributi diversi che si tengono insieme grazie all’entanglement quantistico e politico-generativo. Segnali di vita.
    Scusate la prolissità, ma questi tornanti mi eccitano e trovo tutto il lavoro di Joe una comunità di provocazioni e strumenti del tutto altri dalle solite menate self-helpiste che mettono in contrapposizione cose giuste (ad ese., individuo e comunità). Joe è anche un pensatore granitico.
    Grazie a tutti per la pazienza e complimenti a Petar, saccheggio ogni giorno questo magnifico sito.
    Raffaele

  5. Grazie Raffaele del commento al post “Essere nel mondo”; pur lungo, l’ho letto con attenzione.
    Offri molti spunti interessanti, e tra questi, il tema della fisica quantistica è quello che oggi mi prende di più ed intendo approfondire…

    Grazie dei complimenti al sito!

    Ho provato a risponderti in privato, ma il sistema non riconosce l’indirizzo email che hai lasciato.

    Ciao, Petar

  6. Raffaele

    Grazie a te Petar.
    puoi scrivermi allora all’altro indirizzo che ho lasciato nel post
    E’ un piacere
    ciao
    Raffaele

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