La terrificante storia del fascismo (5): la fase legalitaria della dittatura
Benito Mussolini abbandona presto gli abiti tradizionali del Presidente del Consiglio per diventare il capo di un regime senza precedenti nella Storia italiana. Riuscirà ad essere contemporaneamente Capo del governo, Capo dell’unico partito legalmente esistente, Ministro in un gran numero di diversi ministeri, controllore dei mezzi di comunicazione di massa –
dalla radio ai giornali.
Monopolizza di fatto il potere legislativo e quello esecutivo, poco alla volta instaura a suo uso uno Statuto semi-monarchico che si accompagna all’adozione di un calendario di regime – è ufficialmente aperta l’Era fascista.
“I passi decisivi verso la dittatura di Mussolini furono in primo luogo i pieni poteri che vennero concessi al governo di Mussolini già dal 24
novembre 1922. Il secondo passo decisivo verso la dittatura fu la vittoria elettorale del 1924. Il terzo fatto verso la dittatura, molto importante, fu la svolta del 3 gennaio 1925 – svolta che fu imposta a Mussolini dagli estremisti fascisti per scongiurare due eventualità: o la caduta di Mussolini stesso, o i compromessi che Mussolini avrebbe voluto stringere – com’era nella sua natura – con una parte degli oppositori, per restare al governo.” (Piero Melograni, storico)
La svolta autoritaria
Mussolini riuscirà dunque ad affermare la sua dittatura con l’aiuto del Parlamento, già dal 24 novembre 1922, meno di un mese dalla Marcia su Roma, aveva ottenuto i pieni poteri in materia economica ed amministrativa, da una Camera dei deputati ove, su 535 eletti dal popolo, i fascisti erano appena 35, vale a dire il 6,5%. Questi pieni poteri gli erano concessi fino al 1923, allo scopo di ristabilire l’ordine nel Paese.
Introduce una nuova legge elettorale, la legge Acerbo, approvata dal Senato il 3 novembre 1923, che stabiliva che il
partito di maggioranza relativa doveva ottenere i due terzi dei seggi, mentre il rimanente terzo doveva essere spartito proporzionalmente fra le rimanenti forze politiche.
Di conseguenza, dopo le elezioni del 1924, il numero di deputati controllati da Mussolini cresce enormemente, permettendogli di detenere un potere ancora più ampio e saldo.
“Fra le istituzioni dell’Italia liberale e quelle della dittatura fascista si ha un salto. Un salto facilmente intuibile soprattutto sul piano delle libertà – libertà di espressione, di associazione, di opinione – che il vecchio Stato liberale, con molti limiti, aveva comunque garantito, che il fascismo invece abolisce. Ma c’è un salto anche nella classe dirigente: i dirigenti fascisti, che quando arrivano al potere hanno anche un’età – quarant’anni – di una generazione inferiore a quella della classe dirigente precedente. Anche questo aveva influito in modo importante. Soprattutto, però, c’è la rottura sui valori, sul piano della cultura politica. Capiremmo ben poco della cultura politica fascista se non tenessimo nel debito conto la forte carica rivoluzionaria, che mirava non solo alla trasformazione, ma anche alla creazione di uno Stato diverso e di un “uomo nuovo”. (Giovanni Sabbatucci, professore dell’Università “La Sapienza” di Roma)
Una propaganda ossessiva comincia ad esaltare in maniera spesso grottesca le doti del “Duce supremo” – Duce era un titolo che era stato attribuito a Mussolini fin dai tempi in cui era stato dirigente del Partito socialista. La sua figura viene trasfigurata in quella di una specie di semidio insonne con ragione sempre dalla sua parte, comunque in grado di interpretare i destini della Patria.
La grande svolta comincia il 3 gennaio 1925 con un discorso alla Camera durante il quale Mussolini afferma di “assumersi la responsabilità politica, morale e politica di tutto quanto è avvenuto nel suo periodo di governo, ed in particolare nella seconda metà del 1924, dopo il
Delitto Matteotti.”
“Sono io, Signori, che levo in quest’aula l’accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka! Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo! Se le frasi che ho meno storpiate bastassero ad indicare un uomo, fuori il palo e fuori la
corda! Se il fascismo è stato nient’altro che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, allora a me la colpa! Se il fascismo è stato una associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere.” (Benito Mussolini, discorso alla Camera dei Deputati del 3 gennaio 1925 che segna l’inizio effettivo dell’autentica dittatura fascista)
Per protestare contro questa svolta autoritaria, si dimettono dal governo i due ministri liberali, Alessandro Casati e Gino Sarrocchi, ma si dimettono anche due ministri fascisti di orientamento vagamente liberale come Alberto De Stefani e Aldo Oviglio.
Mussolini invia nuove circolari ai prefetti del Regno, al fine di proibire qualsiasi manifestazione pubblica, e “garantire l’ordine”. Un cospicuo numero di organizzazioni considerate arbitrariamente “sovversive” vengono sciolte. Dopo il delitto Matteotti, la nuova “normalizzazione” decisa dal regime acquista caratteri decisamente polizieschi, autoritari e dittatoriali.
“Le associazioni erano tenute a rendere pubbliche le liste dei loro iscritti, ed erano tenute a rendere pubblici i loro statuti ad ogni richiesta da parte del prefetto e delle varie autorità. La legge in questione venne detta anche ‘legge contro la massoneria’ perché in realtà di fatto era rivolta contro la massoneria. Perché Mussolini fece la legge in questione? Perché Mussolini temeva che la Massoneria poteva in qualche modo
sovrapporsi al fascismo. Molti erano i massoni all’interno delle file fasciste, tant’è vero che Mussolini fece varare al partito una norma che prevedeva l’incompatibilità tra fascisti e massoni.” (Ivano Granata, professore all’Università Statale di Milano)
Le circolari ai prefetti intendono anche smobilitare definitivamente l’estremismo e lo squadrismo fascista, di cui Mussolini non ha più bisogno.
Le garanzia costituzionali stanno scomparendo, la libertà di stampa è praticamente soppressa. L’ex nazionalista Alfredo Rocco, nominato Ministro della Giustizia il 5 gennaio 1925
diventa il vero grande artefice del nuovo Stato mussoliniano. Non esisterà più la facoltà di associarsi o di fondare partiti o sindacati, mentre si afferma il potere del Capo dell’esecutivo, ed in particolare del Capo del governo, una nuova figura istituzionale che lo Statuto Albertino, allora in vigore, non prevede.
“La legge era composta di pochissimi articoli, e prevedeva che il Presidente del Consiglio non si chiamasse più Presidente del Consiglio, ma diventasse Capo del governo – Primo Ministro, e fin qui sembrava solamente un aspetto di nome. In realtà il Primo Ministro non doveva più rispondere al parlamento, ma solamente al Re, poteva essere destituito solamente dal Re, ed ogni suo atto faceva capo solo ed esclusivamente al Re. Dal canto suo, il Capo del Governo nominava e destituiva i Ministri, che rispondevano solamente al re e non più al Parlamento. Quindi, il potere di controllo che il Parlamento ha sul Governo veniva, di fatto, abolito” (Ivano Granata, professore all’Università Statale di Milano)
La sconfitta delle opposizioni
Il Parlamento subisce queste imposizioni e prede potere. Il Senato era stato sempre di nomina regia e non elettivo, mentre ai deputati dell’opposizione non si permette di tornare a Montecitorio per esercitare il loro mandato. La sconfitta delle opposizioni appare evidente a tutti.
Il 21 aprile 1925 circa 15° intellettuali firmano un documento di solidarietà al regime scritto dal filosofo Giovanni Gentile; il 1° maggio 1925 gli intellettuali di tendenza opposta scrivono un manifesto scritto dal filosofo Benedetto Croce. Inevitabilmente tra i due filosofi cominciano a nascere le prime frizioni.
“La rottura è documentata dalle ultime lettere che Croce e Gentile si scambiarono. Una lettera di Croce dell’ottobre 1924, che non annunzia la rottura dei rapporti ma in qualche modo la sospensione dei rapporti. La rottura non era stata per il dissidio filosofico, che c’era sempre stato e non aveva provocato nessuna rottura, ma il dissidio politico. La lettera di risposta
di Gentile è molto sofferta, il finale è patetico ‘sarò sempre il tuo Giovanni qualunque cosa accada’. Poi nel 1928 Croce scrive quella frase, famosa nella Storia d’Italia sull’attualismo ‘cattivo consigliere pratico’, che on ha bisogno di spiegazioni, dopo la quale la rottura diventa definitiva e irreparabile” (Gennaro Sasso, Presidente della Fondazione Gentile)
Nel gennaio del 1926 i deputati aventiniani, in particolare i popolari, decidono di rientrare a Montecitorio. Mussolini però afferma che, se vogliono tornare in Aula, devono prima innanzitutto riconoscere il fatto compiuto della rivoluzione fascista e ammettere che l’Aventino è miseramente fallito.
“Senza l’accettazione e l’esecuzione di queste condizioni, finché sarò a questo posto, e mi riprometto di starci per un pezzo, essi non rientreranno né domani né mai!” (Benito Mussolini)
Soltanto tre deputati sono disposti ad accettare le imposizioni di Mussolini.
“Nel gennaio del 1926 una parte dei deputati che avevano fatto parte dell’Aventino decisero di tornare nell’Aula di Montecitorio. Approfittarono, se così si può dire, della commemorazione della Regina Margherita di Savoia, che era morta in quei giorni. Un deputato popolare, Iacini, chiese la parola, ma Mussolini reagì con grande violenza. I deputati fascisti insorsero, espulsero dall’Aula di Montecitorio le opposizioni, e con questo evento finiva la democrazia parlamentare in Italia. La dittatura poteva ormai affermarsi incontrando minori ostacoli.” (Piero Melograni, storico)
Si avvertono i primi sintomi di una crisi economica alla quale Mussolini tenta do ovviare, fra l’altro, offrendo ai privati la concessione dei servizi telefonici, ripristinando i dazi sulle importazioni di grano, e soprattutto lanciando con grande
clamore propagandistico nel giugno 1925 la “Battaglia del grano” con l’obiettivo di rendere l’Italia autosufficiente in tema di cereali.
“L’alba dorò i raggi del mattino, ed i contadini in marcia ritrovò pieni d’ardor nel solito cammino” (testo di una canzonetta dell’epoca)
Nel video si possono vedere scene del filmato del 1937 “Il Duce inizia la trebbiatura” in cui Mussolini, a petto scoperto, incita i contadini ad iniziare, appunto la trebbiatura, con le solite pompose parole del suo stile oratorio.
“Noi, in quel periodo, vediamo la cosiddetta Battaglia del grano che aveva la sua radice nel fatto che l’Italia era deficitaria nella produzione di grano, e doveva spendere molte divise estere per importare grano. Dunque ‘dare grano’ all’Italia era diventato un tema di fondo, anche se magari ci costava di più il grano prodotto all’interno di quello importato. C’è tutta una retorica rurale nel fascismo di quei tempi, una retorica sulla vita ed il valore delle campagne, i contadini veneti vengono portati nel Lazio, nella zona di Latina, di Pomezia, Sabaudia, delle nuove città della bonifica. Assieme a questo resta la grande povertà, e l’abbandono dei contadini meridionali, dei
loro piccoli appezzamenti, povertà accentuata dal fatto che, a questo punto, non possono nemmeno emigrare com’era avvenuto nei decenni precedenti. Le contraddizioni di fondo della società italiana rimangono dunque integre.” (Mario Pirani, giornalista ed economista)
Nell’ottobre del 1925 la Confindustria e la Confederazione delle Corporazioni fasciste firmano a Roma il “Patto di Palazzo Vidoni” riconoscendosi reciprocamente la rappresentanza esclusiva dei datori di lavoro e dei lavoratori, abolendo le commissioni interne di fabbrica, ed esautorando tutte le organizzazioni sindacali non fasciste. A partire da questo mese di ottobre, scioperi e serrate sono vietati dalle leggi.
“Nessun comitato di lavoro poteva essere trattato se non veniva trattato dal sindacato fascista. Dopodiché la successiva legge sindacale rese effettiva questa norma, abolì il diritto di sciopero, abolì il diritto di serrata dei proprietari, ed istituì un organismo – la magistratura del lavoro – che avrebbe dovuto porre fine alle controversie di lavoro, sia collettive sia individuali. All’interno della legge sindacale, si parla per la prima volta di un organismo intermedio, che sono le Corporazioni che poi verranno realizzate solo nel 1934” (Ivano Granata, professore all’Università Statale di Milano)
Sempre ad ottobre, lo squadrismo toscano compie violenze a Firenze e provincia. Mussolini per tutta risposta, licenzia il questore ed il prefetto di Firenze, ed impone al segretario nazionale del Partito nazionale Fascista, Roberto Farinacci, di far cessare questi scontri.
Sempre nell’ottobre del 1925 viene deciso che nelle città del Regno non ci siano più sindaci elettivi, bensì podestà nominati dai prefetti (che a loro volta dipendono dal governo, ndr)
“Questa legge, che all’inizio riguardava soltanto i comuni che avevano almeno cinquemila abitanti, e poi venne estesa a tutti i comuni in generale, riguardava l’abolizione delle giunte e dei consigli comunali, l’abolizione del sindaco e la creazione della figura del podestà che, praticamente, aveva tutto il potere amministrativo all’interno dei comuni. Il podestà era affiancato da una consulta che, lo dice il nome stesso, aveva solo poteri consultivi.” (Ivano Granata, professore all’Università Statale di Milano)
In novembre, il deputato socialista Tito Zaniboni ed il generale Luigi Capello, comandante della seconda Armata durante la Prima Guerra Mondiale, tentano di sparare a Mussolini da una stanza d’albergo posta di fronte a Palazzo Chigi, ma sono arrestati prima di mettere in ato il loro piano. Si tratta del primo di quattro attentati alla vita di Mussolini, che si susseguono fino all’ottobre del 1926.
Nell’aprile del 1926 una signora irlandese, Violetta Gibson, gli spara sulla Piazza del Campidoglio, ferendolo superficialmente al naso. La Gibson è una signora un po’ squilibrata di 62 anni, che in passato era stata anche ricoverata in manicomio. Mussolini dichiara subito di non volere rappresaglie, ma gli squadristi romani attaccano subito le sedi di due giornali d’opposizione, il Mondo e La Voce Repubblicana.
L’11 settembre del 1926 l’anarchico Gino Lucetti lancia una bomba a mano contro l’auto di Mussolini nel piazzale di Porta Pia, a Roma, ma scivola a terra ed esplode quando l’auto si è già allontanata. Alcuni passanti restano feriti, mentre Mussolini resta illeso. L’attentatore viene malmenato dalla folla ed arrestato, risulta incensurato e senza complici.
Due giorni dopo, allarmato da questi ripetuti attentati, Mussolini decide di nominare Capo della Polizia Arturo Bocchini, un prefetto
di origine meridionale, intelligente, poco colto ma abilissimo, ed a lui fedele. Bocchini crea una speciale “squadra presidenziale”, incaricata di proteggere Mussolini giorno e notte, presidiando le strade ove il Duce passa, ed ispezionando minuziosamente palazzi, fognature, e cantine.
Bocchini continuerà ad essere Capo della Polizia fino al giorno della sua morte, nel 1941, diventando una colonna del regime. Bocchini proviene dalla vecchia burocrazia non fascista, e proprio per questo Mussolini lo sceglie. Un dirigente politico fascista posto al vertice della Polizia rischierebbe di assumere troppa importanza, e minaccerebbe il potere del Duce.
“Bisogna capire perché Mussolini affidasse la Polizia italiana ad Arturo Bocchini e non ad un fascista. Mussolini voleva un’Italia fedele ed obbediente, ma depoliticizzata. I fascisti, invece, avevano in mente una società per loro ideale, fortemente motivata politicamente, e Mussolini sapeva che non sarebbe mai riuscito a corrispondere a questo ideale. Quindi, la delusione dei fascisti li candidava, paradossalmente, ad essere potenziali oppositori del regime.” (Piero Melograni, storico)
(clicca qui per il seguito: “il delitto Matteotti”)
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Purtroppo il fascismo non è un cancro estirpato una volta per tutte… ecco alcuni link d’esempio, il cui commento lascio al vostro buon senso.
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La “Terrificante Storia del fascismo” si può ascoltare, guardare e leggere ai seguenti link:
Prima parte: le premesse dei totalitarismi
Seconda parte: l’affermazione del nazionalsocialismo
Terza parte: i fasci di combattimento
Quarta parte: la Marcia su Roma
Quinta parte: la fase legalitaria della dittatura
Sesta parte: il delitto Matteotti
Settima parte: le leggi fascistissime
Ottava parte: i compromessi con monarchia e chiesa
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Petar
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