Vincent Van Gogh (3 di 5): l’esplosione del “giallo”
“Quando Van Gogh giunse a Parigi, nel 1886, il suo stile era ancora molto legato alla tradizione olandese. Ricorreva a colori scuri, a toni freddi, e a soggetti tradizionali come nei maestri fiamminghi. Durante il soggiorno a Parigi, apprese le tecniche degli impressionisti e il puntinismo di Georges Seurat. I suoi tocchi sulla tela si fecero più leggeri, ed i colori divennero più luminosi. Van Gogh cominciò a ritrarre paesaggi in stile impressionista. Trovarsi a contatto con la cultura impressionista fu una rivelazione, per lui. Era estremamente ricettivo ad ogni novità.” (Carole Guberman, storica dell’Arte)
La “rivoluzione impressionista” fu assimilata da Van Gogh a tal punto che egli seppe portarla oltre, diventando ben presto uno dei più famosi esponenti del post-impressionismo. Il grande pittore olandese conobbe importanti artisti francesi come Toulouse-Lautrec, Pissarro, Seurat e Signac. Manifestò interesse per il puntinismo, di cui Signac era un rappresentante. Questa tecnica, che era stata introdotta da Seurat, era praticata anche da grandi impressionisti come Pizarro, le cui opere del periodo parigino mostrano la forte influenza del puntinismo nella sua arte.
“L’importanza del post-impressionismo nella Storia dell’arte è dovuta soprattutto al ruolo di primo piano che questa corrente pittorica attribuì al colore. Il puntinismo francese, che influenzò Van Gogh, si fondava in realtà su una tecnica piuttosto semplice. Col pennello si definivano dei punti di colore puro sulla tela, senza che questi colori venissero precedentemente mescolati sulla tavolozza. Per ottenere toni arancio, per esempio, si accostavano quelli primari, ovvero il rosso ed il giallo alternati direttamente sulla tela. L’occhio di chi osserva il quadro, quindi, coglie le tonalità e le sfumature grazie alla fusione dei punti di colore presenti sulla superficie del dipinto. E’ come se fosse lo spettatore, con il suo sguardo, a mescolare quei ‘tocchi’ di colore” (David Addison, storico dell’Arte)
Opere come “Fritillaria imperiale in un vaso di rame” del 1887 rivelano l’entusiasmo di Van Gogh per il puntinismo. Il pittore olandese non si dedicò solamente a questa tecnica, egli infatti trasse ispirazione da altri artisti che conobbe a Parigi tra il 1886 e 87, come Gauguin. Nonostante la loro amicizia sia finita in seguito ad una furiosa lite, Van Gogh assimilò da Gauguin la definizione dei contorni marcati delle figure, e l’uso di tonalità forti, che trasferì nelle sue copie
di stampe giapponesi. Van Gogh si ispirò sempre a molteplici fonti artistiche.
Purtroppo la sua vita fu sempre molto travagliata. Beveva ed era soggetto a continui sbalzi d’umore, che ebbero ripercussioni anche sul suo stato di salute. Perfino suo fratello Théo trovava sempre più difficile convivere con lui.
Verso la fine del 1887 il tormentato artista olandese si stancò anche di Parigi, tuttavia il periodo trascorso nella capitale francese fu di grande importanza per la sua produzione pittorica. Se confrontiamo “I mangiatori di patate”del 1885 con “Il ritratto di Père Tanguy” del 1887 notiamo che in soli due anni il suo modo di dipingere era cambiato radicalmente. E’ quasi difficile credere che siano opera dello stesso pittore.
Lo stesso vale per i suoi autoritratti. Uno realizzato poco dopo l’arrivo a Parigi nel 1886 e l’altro tra il 1888-89.
“Ci fu un notevole cambiamento dal primo Van Gogh, che ricorreva ai toni cupi e tetri dei paesaggi della sua terra al Van Gogh dell’esperienza parigina. Fu come se egli avesse compreso, tutto d’un tratto, l’importanza del colore, sia nel ‘Ritratto di Joseph Roulin’del 1889, sia nel ‘Ponte di Langlois’ del 1888, egli sembra maturare la convinzione che, proprio attraverso la scelta dei toni e delle sfumature, si possono esprimere i più diversi stati d’animo.” (David Addison, storico dell’Arte)
L’autoritratto del 1889 ha come colore predominante l’azzurro, che si riflette perfino nel viso del pittore, segno, questo, dell’evoluzione artistica maturata a Parigi.
Tuttavia Van Gogh era stanco della vita nella capitale della Belle Epoque, e cercava una località più calda e tranquilla dove vivere. Così, nel 1888, si trasferì nel Sud della Francia, in Provenza. Si stabilì ad Arles dove, grazie all’instancabile sostegno del fratello, poté dedicarsi interamente alla pittura.
I dolci paesaggi della quieta cittadina provenzale, gli ispirarono vari dipinti, e realizzò ai ritratti e nature morte. Era totalmente immerso nella sua Arte. Lavorava in modo frenetico, anche per sedici ore al giorno. Le sue pennellate si fecero rapide, ed i suoi tocchi dolci ed intensi. Mantenne comunque l’attenzione al dettaglio tipica del post-impressionismo. Era sempre più convinto che l’elemento decisivo di ogni quadro fosse il colore. In una sua lettera al fratello scrisse della sua intenzione di continuare a dipingere con toni carichi e accesi, volutamente esasperati. Il risultato di questa scelta pittorica fu una delle sue opere più conosciute: Il ponte di Langlois.
“In questo dipinto Van Gogh utilizzò pochi colori, varie tonalità di verde e diverse sfumature di giallo. Una combinazione inusuale ma di grande resa.” (Carole Guberman, storica dell’Arte)
“’Il ponte di Langlois’ mette in risalto tutta la forza simbolica del colore, non si tratta solo della resa paesaggistica degli elementi del quadro – il ponte, il fiume, il verde circostante – Van Gogh infatti va al di là del semplice dato realistico, egli trasferisce nella quiete del paesaggio la calma ritrovata ad Arles. Anche i colori riflettono il suo stato d’animo. La scelta cade non a caso sui toni solari del giallo. Inoltre la semplicità e la linearità dei contorni rimandano alla passione di Van Gogh per l’Arte giapponese. Da Arles, infatti, scrisse alla famiglia: ‘Qui non ho bisogno di giapponeserie, perché dico sempre che qui sono in Giappone, e che non ho che da aprire gli occhi e dipingere ciò che ho davanti a me!’” (David Addison, storico dell’Arte)
Il dipinto “Il Ponte di Langlois”, terminato nel 1888, mostra la grande maturità artistica raggiunta dal pittore.
Per quanto riguarda la resa cromatica, si sarebbe spinto ancora oltre: in seguito ad un breve viaggio sulla Costa Azzurra, dipinse l’acquerello “Barche di pescatori sulla spiaggia”. Il contrasto tra il blu carico del mare e l’irreale arancione della spiaggia, è portato all’esasperazione, così da far risaltare la forza espressiva del colore. Una simile scelta cromatica non era affatto comune, all’epoca, quindi non c’è da stupirsi che Van Gogh non
trovasse acquirenti per le sue opere. Tuttavia, nel settembre del 1888, riuscì ad affittare una casa per lavorare indisturbato, era la famosa “Casa gialla di Arles”, raffigurata nell’omonimo dipinto. Questo nome era più che appropriato: il grande pittore, infatti, dipinse di quel colore la facciata per celebrare la sua ritrovata solarità.
Van Gogh aveva una vera e propria predilezione per il giallo, era convinto che avesse perfino un significato simbolico, per questo ne faceva un grande uso nei ritratti, nei paesaggi, e nelle nature morte, declinandolo secondo sfumature accese e vivaci. Il dipinto più
famoso, ove si può ammirare tutta l’intensità cromatica del giallo è, senza dubbio “I girasoli” del 1889.
“Van Gogh fu molto felice di scrivere al fratello che ad Arles aveva ritrovato la serenità. La sua mania del giallo, che caratterizza questo periodo, si deve al fatto che è un colore solare, vitale, che di solito esprime gioia. Per questo scrisse a Théo: ‘Il girasole è mio, in un certo senso’” (Carole Guberman, storica dell’Arte)
(clicca qui per la quarta parte: “il crollo mentale”)
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Potete leggere la storia di Vincent Van Gogh, ed ammirarne i capolavori, ai link:
Prima parte: la sofferta scoperta della propria strada
Seconda parte: i temi sociali, gli studi sul colore, l’arte giapponese
Terza parte: l’esplosione del giallo
Quarta parte: il crollo mentale
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Petar
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